Probabilmente conosci già la differenza tra fare outing e fare coming out, ma capita ancora molto spesso che queste due espressioni vengano utilizzate come se fossero intercambiabili quando, in realtà, indicano due cose ben diverse.
La questione è importante, anche perché non si tratta solo di una differenza linguistica: queste due azioni, infatti, hanno anche caratteristiche e conseguenze diverse sul piano pratico.
La differenza tra i due termini ci ricorda la differenza tra i due atti e può aiutarci a ricordare quale dei due è ok e quale non lo è.
In questo articolo scoprirai:
- Cosa vogliono dire i termini outing e coming out
- Perché le persone fanno outing
- Perché fare outing è pericoloso per la salute della persona che lo subisce
Coming out e outing: cosa vogliono dire?
Il coming out è l’atto di rivelare agli altri il proprio orientamento sessuale e/o la propria identità di genere.
Questo atto di “svelamento” è solitamente preceduto da un processo di auto-consapevolezza che porta la persona a riconoscere ed accettare sempre di più la propria identità, finché non si sentirà abbastanza a proprio agio da poterla rivelare agli altri.
Il coming out, quindi, è sia un percorso interiore sia un atto consapevole, di cui la persona dovrebbe avere pieno controllo (anche se implica diverse difficoltà da affrontare).
L’outing, invece, non è un atto compiuta dalla persona LGBT+ interessata, ma un atto da lei subito.
Fare outing, infatti, significa rivelare ad altri l’orientamento sessuale o l’identità di genere di una persona LGBT+, senza che lei lo sappia o senza averne avuto il consenso.
A fare outing possono essere sia persone etero e cisgender, ma anche persone che fanno parte della comunità LGBT+ stessa.
Perché le persone fanno outing?
I motivi per cui una persona fa outing possono essere diversi e il fare o meno parte della comunità LGBT+ può avere un ruolo in queste motivazioni.
Si può fare outing, infatti, per ledere consapevolmente una persona (motivazione che può accomunare tutt*), oppure per leggerezza, per una scarsa conoscenza del processo di coming out e una sottovalutazione dei rischi che il fare outing può comportare, cosa che può succedere con più probabilità ad una persona non LGBT+, anche se alleata.
Un esempio comune di outing fatto dall’interno della comunità LGBT+ è, invece, quello in cui un personaggio pubblico che ha fatto coming out rivela o insinua pubblicamente l’orientamento o l’identità di genere di un altro personaggio pubblico.
Queste dichiarazioni vengono solitamente accompagnate da un appello rivolto a quel personaggio – che sarebbe ancora nel closet – a fare coming out per supportare la comunità LGBT+.
Perché fare outing non è mai una buona idea?
Il coming out è un atto consapevole, al quale la persona LGBT+ deve arrivare preparata, ovvero con una serie di strumenti psicologici e sociali che la aiuteranno ad affrontare i rischi che inevitabilmente potrà correre ogni volta che farà coming out, come quello di non essere compresa o essere rifiutata.
Visto in questo modo, il coming out porta anche con sé molti benefici per la persona LGBT+, sia relazionali, sia dal punto di vista della salute psico-fisica.
L’outing, invece, può essere un atto di vera e propria violenza o comunque di delegittimazione nei confronti di una persona LGBT+ che, evidentemente, non è ancora pronta a fare coming out oppure semplicemente vuole deciderne tempi e modalità in base a ciò che la fa sentire più a suo agio.
L’outing, togliendo potere e controllo alla persona LGBT+ sul proprio coming out, ne aumenta i rischi e ne diminuisce i benefici, violando inoltre la privacy e l’intimità di una persona che in nessun caso ha il dovere di “uscire allo scoperto”.
Il coming out dev’essere una scelta, non un’imposizione, altrimenti perde il suo significato e il suo potere benefico.
2 risposte a “La differenza tra outing e coming out”
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[…] psicologa Laura Massari – tramite il suo sito web – ha voluto elencare in modo semplice e sintetico i punti fondamentali di queste due […]
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