La differenza tra outing e coming out

Probabilmente conosci già la differenza tra fare outing e fare coming outma capita ancora molto spesso che queste due espressioni vengano utilizzate come se fossero intercambiabili quando, in realtà, indicano due cose ben diverse.

Se non conosci la differenza tra queste due espressioni, qui cercherò di spiegarla in modo chiaro e sintetico; se invece ti viene in mente qualcun altro che dovrebbe proprio impararla… beh, puoi girargli/le questo articolo 🤗.

La questione è importante, anche perché non si tratta solo di una differenza linguistica: queste due azioni, infatti, hanno anche caratteristiche e conseguenze diverse sul piano pratico.

La differenza tra i due termini ci ricorda la differenza tra i due atti e può aiutarci a ricordare quale dei due è ok e quale non lo è. 

In questo articolo scoprirai:

Coming out e outing: cosa vogliono dire?

Il coming out è l’atto di rivelare agli altri il proprio orientamento sessuale e/o la propria identità di genere. 

Questo atto di “svelamento” è solitamente preceduto da un processo di auto-consapevolezza che porta la persona a riconoscere ed accettare sempre di più la propria identità, finché non si sentirà abbastanza a proprio agio da poterla rivelare agli altri.

Il coming out, quindi, è sia un percorso interiore sia un atto consapevole, di cui la persona dovrebbe avere pieno controllo (anche se implica diverse difficoltà da affrontare).

L’outing, invece, non è un atto compiuta dalla persona LGBT+ interessata, ma un atto da lei subito.

Fare outing, infatti, significa rivelare ad altri l’orientamento sessuale o l’identità di genere di una persona LGBT+, senza che lei lo sappia o senza averne avuto il consenso

A fare outing possono essere sia persone etero e cisgender, ma anche persone che fanno parte della comunità LGBT+ stessa.

Perché le persone fanno outing?

I motivi per cui una persona fa outing possono essere diversi e il fare o meno parte della comunità LGBT+ può avere un ruolo in queste motivazioni.

Si può fare outing, infatti, per ledere consapevolmente una persona (motivazione che può accomunare tutt*), oppure per leggerezza, per una scarsa conoscenza del processo di coming out e una sottovalutazione dei rischi che il fare outing può comportare, cosa che può succedere con più probabilità ad una persona non LGBT+, anche se alleata.

Un esempio comune di outing fatto dall’interno della comunità LGBT+ è, invece, quello in cui un personaggio pubblico che ha fatto coming out rivela o insinua pubblicamente l’orientamento o l’identità di genere di un altro personaggio pubblico.

Queste dichiarazioni vengono solitamente accompagnate da un appello rivolto a quel personaggio – che sarebbe ancora nel closet – a fare coming out per supportare la comunità LGBT+.

Perché fare outing non è mai una buona idea?

Il coming out è un atto consapevole, al quale la persona LGBT+ deve arrivare preparata, ovvero con una serie di strumenti psicologici e sociali che la aiuteranno ad affrontare i rischi che inevitabilmente potrà correre ogni volta che farà coming out, come quello di non essere compresa o essere rifiutata. 

Visto in questo modo, il coming out porta anche con sé molti benefici per la persona LGBT+, sia relazionali, sia dal punto di vista della salute psico-fisica.

L’outing, invece, può essere un atto di vera e propria violenza o comunque di delegittimazione nei confronti di una persona LGBT+ che, evidentemente, non è ancora pronta a fare coming out oppure semplicemente vuole deciderne tempi e modalità in base a ciò che la fa sentire più a suo agio.

L’outingtogliendo potere e controllo alla persona LGBT+ sul proprio coming out, ne aumenta i rischi e ne diminuisce i benefici, violando inoltre la privacy e l’intimità di una persona che in nessun caso ha il dovere di “uscire allo scoperto”.

Il coming out dev’essere una scelta, non un’imposizione, altrimenti perde il suo significato e il suo potere benefico.

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