L’identità di genere

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Transgender, gender variant, gender non conforming, non-binary, gender queer o più semplicemente queer. Alcuni di questi termini sono nati in ambito scientifico, altri sono nati all’interno delle comunità LGBT+, ma tutti indicano – con sfumature diverse – le persone che non si riconoscono pienamente né nel genere maschile né in quello femminile, che si identificano nel genere opposto al proprio sesso biologico o che hanno un’estetica e dei comportamenti che variano rispetto al loro ruolo di genere.

Sì, perché non basta essere nat* con un determinato corredo genetico: per sentirsi appartenenti ad un genere bisogna identificarsi in quel genere, qualunque esso sia. In questa puntata parliamo quindi di identità di genere.

Possiamo definire l’identità di genere come il sentimento intimo e profondo di appartenenza e riconoscimento in un genere. Per molt* di noi è stato automatico nascere maschi e identificarsi nel genere maschile o nascere femmine e identificarsi nel genere femminile. Per altre persone invece questo allineamento non è scontato, perché l’identità è qualcosa di complesso, che si scopre e si costruisce anche man mano che cresciamo.

Ora, abbi pazienza perché questa sarà una puntata di definizioni e di termini più o meno tecnici, ma credo sia importante fare chiarezza sulle parole per comprendere meglio quello di cui stiamo parlando. 

Quando si parla di identità di genere si fa riferimento a due macro-categorie, ovvero:

  • le persone cisgender, cioè le persone che si identificano con il genere corrispondente al sesso che è stato assegnato loro alla nascita, quindi c’è congruenza tra la loro identità di genere e il loro sesso biologico;
  • le persone transgender, cioè coloro che vivono la propria identità di genere in modo discordante rispetto al proprio sesso biologico.

    Attenzione, perché le parole transgender e transessuale non sono sinonimi: infatti, transgender è un termine “ombrello” che comprende sia le persone che non si riconoscono nella dicotomia maschile/femminile (quindi le persone cosiddette non binarie, gender queer o gender non conforming), sia le persone che vivono una condizione detta disforia di genere, ovvero una forte sofferenza psicologica causata dal sentire la propria identità estremamente incongruente con il proprio sesso biologico.
    Le persone transessuali invece sono coloro che, provando disforia di genere, decidono di allineare la propria fisicità alla propria identità e quindi modificare i propri caratteri sessuali con degli interventi medici o chirurgici attraverso un percorso che viene definito transizione.

Un’altra distinzione da fare è quella tra identità di genere ed espressione di genere: l’espressione di genere è l’insieme delle caratteristiche con cui una persona si presenta esteriormente – inclusi ad esempio l’aspetto estetico, l’abbigliamento e i comportamenti – e che comunicano agli altri alcuni aspetti del proprio genere.

Alcune persone esprimono se stesse in modi che si discostano da quelli che il loro contesto culturale ritiene appropriati per il loro genere: queste persone vengono definite gender variant e questo fenomeno si chiama varianza di genere

Essere gender variant non significa quindi necessariamente essere anche transgender o avere un orientamento diverso da quello etero: possono esserci, infatti, persone gender variant di tutti i generi e di tutti gli orientamenti. 

Ora che ti ho stordito con tutte queste definizioni 🙂 voglio concludere questa puntata con due considerazioni importanti:

  • la prima è che nessuna di queste condizioni è patologica. Un discorso specifico va fatto per la disforia di genere che, fino a qualche anno fa, veniva chiamato disturbo dell’identità di genere: la disforia di genere è presente nel DSM (che è il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) e va diagnosticata, ma non si parla di disturbo perché non è la disforia a dover essere trattata, ma la sofferenza psicologica che la persona prova a causa della disforia;
  • la seconda è che spesso si dibatte sull’utilità di tutte queste etichette che, a volte nascono in ambito scientifico, a volte all’interno di comunità e culture e che, negli ultimi anni, si sono moltiplicate con il rischio da una parte di far sentire obbligate le persone a inserirsi in questa o quest’altra casella, dall’altro di confondere ancora di più chi già fa fatica a comprendere queste tematiche.

    Dobbiamo considerare, però, che sia come individui che come società facciamo fatica a comprendere tutto ciò a cui non diamo un nome e, se questo accadesse, tutti questi mondi rimarrebbero sommersi e invisibili. Inoltre, un’etichetta – seppur con dei limiti – crea una categoria, un gruppo e sentirci parte di un gruppo, di una comunità, ci fa sentire meno sol* perché rafforza quell’identità sociale di cui parlavo nella prima puntata.

Allora, il mio suggerimento è quello di usare le etichette esattamente per ciò che sono: delle definizioni utili, ma per forza di cose riduttive, da usare in modo flessibile e solo nella misura in cui ci fanno sentire bene.

FONTI

APA – American Psychological Association. Definitions Related to Sexual Orientation and Gender Diversity in APA Documents.

APA – American Psychological Association. Transgender People, Gender Identity and Gender Expression.

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