Fare coming out

Il termine coming out è l’abbreviazione di “coming out of the closet” che, letteralmente, significa “uscire fuori dal ripostiglio” o “uscire fuori dall’armadio”.

Con questa espressione si indica l’atto di rivelare il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere alle altre persone, una sorta di “uscita allo scoperto”.

La condizione opposta, quella che si vive prima di fare coming out , cioè tenere nascosto o non esplicitare il proprio orientamento, prende il nome di closetedness e la persona che la vive viene definita closeted.

Quando si parla di coming out si pensa ad un momento ben definito, che segna una divisione netta tra il prima e il dopo. La verità è, invece, che il coming out non si riduce soltanto a questo.

In questo articolo voglio approfondire meglio i diversi aspetti di questo tema così importante per le persone LGBT+ e, in particolare, voglio parlarti di:

  1. Il coming out come processo di acquisizione di consapevolezza che avviene prima dentro se stess*
  2. Il coming out come atto di “svelamento” verso gli altri
  3. Rischi e “vantaggi” della closetedness
  4. Rischi e vantaggi del fare coming out
  5. Come faccio a sapere se sono pront* a fare coming out?

Il coming out come processo di consapevolezza personale

Il coming out visto come processo è un percorso interiore che inizia quando la persona comincia a comprendere che la propria attrazione e i propri desideri non sono rivolti a persone del genere opposto o, almeno, non solo.

Il coming out è un processo di integrazione attraverso il quale la persona fa posto – più o meno gradualmente – a questa parte della sua identità, della quale diventa sempre più consapevole e e con la quale si trova, man mano, sempre più a proprio agio, tanto che ad un certo punto sarà in grado di condividerla con gli altri.

Perché l’orientamento sessuale venga vissuto positivamente dell’individuo, è necessario che non venga (più) vissuto come qualcosa che è in contrapposizione con gli altri aspetti della propria identità: ad esempio il ruolo di genere (“Essere gay non è da veri uomini”), il proprio sistema di valori familiari (“Nella mia famiglia sono tutt* sposat* con figli, io sarò la pecora nera“), oppure la propria appartenenza etnica o religiosa (“Come posso essere gay e anche un* buon* cristian*?“). Questi sono solo dei possibili esempi.

Al contrario, l’orientamento sessuale è un aspetto che può e deve integrarsi con il resto della nostra identità: per rifarci agli stessi esempi, posso essere gay e sentirmi pienamente a mio agio nel mio modo di intendere ed esprimere la mia mascolinità; posso essere gay e costruire una vita sentimentale stabile ed appagante, se è quello che desidero; posso essere gay e, al contempo, rispettare i valori fondamentali della mia cultura e della mia religione.

È proprio all’interno di questo percorso che un* psicolog* format* in queste tematiche può dare un prezioso supporto: se questa integrazione va a buon fine, infatti, sarà molto più semplice per a persona LGBT+ trovare dentro di sé le risorse necessarie per affrontare con maggior successo anche le resistenze e i condizionamenti che provengono dall’esterno.

Il coming out come atto di “svelamento” verso gli altri

Quando il processo di coming out si compie questo porta poi, in genere, a voler condividere il proprio orientamento con gli altri e a fare, quindi, il coming out “ufficiale”.

Anche questo atto di “svelamento” però fa parte di un processo che, in un certo senso, è sempre in corso: le persone LGBT+, infatti, devono affrontare la questione del coming out in diverse situazioni sociali e, potenzialmente, ogni volta che iniziano una nuova relazione (che sia erotica, romantica, di amicizia, ecc.) e ogni qualvolta si inseriscono in un nuovo contesto.

L’atto di fare coming out, quindi, non è una cosa che si fa una volta per tutte, al contrario è un momento che si ripete con i/le partner, la famiglia, gli amici, i colleghi di lavoro, il medico, ecc.

Rischi e i “vantaggi” della closetedness

Se il processo di coming out (che non necessariamente deve essere lineare) non avviene o non si compie, quella della closetedness è una condizione che può durare anche per tutta la vita, con un notevole costo dal punto di vista della salute psico-fisica, causato da un grosso spreco di energie fisiche e mentali spese per rimanere nell’ombra, con conseguenze che si ripercuotono anche sull’autostima e la sfera relazionale.

Altre volte, invece, il coming out non avviene perché la persona non riesce ancora a riconoscere o ad accettare i suoi sentimenti e quindi semplicemente li ignora, relegandoli da qualche parte al di sotto della propria consapevolezza.

Questa forma di dissociazione – come se la persona fosse divisa in due: una parte accettabile, da mostrare e una parte inaccettabile, da negare – può comportare diverse problematiche dal punto di vista personale e relazionale perché, per quanto si cerchi di “sommergerli”, questi desideri e questi sentimenti esistono e agiscono.

Il “vantaggio” di rimanere nella closetedness è un vantaggio secondario, ovvero un vantaggio che deriva dal vivere in una condizione che ci crea malessere ma che, in un certo senso, sentiamo anche come protettiva: nel caso di una persona LGBT+, questo vantaggio potrebbe essere quello di non correre il rischio della non accettazione e del rifiuto (da parte degli altri, ma anche da parte di se stess*) e di rimanere, quindi, in una situazione che comporta sì una sofferenza, ma una sofferenza nota e quindi, in un certo senso, anche rassicurante.

Rischi e vantaggi di fare coming out

Anche il coming out, come la closetedness, può avere un “costo psicologico”, perché implica sempre la possibilità di essere rifiutat* o comunque non compres* e non accettat* fino in fondo. Soprattutto nell’ambito famigliare, ci può essere la paura di deludere le aspettative dei genitori e, in genereale, di perdere il sostegno della propria famiglia di origine.

Nonostante il rischio relazionale, però, fare coming out rimane un atto di porta con sé notevoli conseguenze positive, sia sull’individuo sia sulle sue relazioni, a patto che la persona LGBT+ in questione sia pronta per questo passo.

Alcuni di questi risvolti positivi, ad esempio, sono:

  • permettere alla persona di affermare la propria identità
  • riduce il ruolo della closetedness come fonte di stress
  • può migliorare la qualità della vita e il benessere psico-fisico della persona
  • permette di avere relazioni più autentiche
  • permette di integrare il proprio orientamento con il resto della propria vita e della propria identità
  • pone le basi per creare una rete sociale di supporto che permette alla persona di non sentirsi sola ed emarginata, ma anzi accolta e supportata.

Come faccio a sapere se sono pront* a fare coming out?

La cosa importante da ricordare è che ogni persona è un mondo a sé e non c’è nessuna fretta di compiere questo passo: non ci sono, infatti, un modo e un tempo “giusto” e uguale per tutt* di fare coming out.

Nel prendere questa decisione, quindi, è importante valutare:

  • il contesto famigliare a cui si appartiene e quanto ci fa sentire, in generale, a nostro agio nell’esprimere noi stess*
  • la nostra rete sociale di supporto
  • la nostra età e il momento della vita che stiamo attraversando: il coming out può implicare vissuti molto diversi per un* adolescente e per una persona adulta impegnata in una relazione etero, magari con dei figli
  • il contesto culturale e religioso a cui ci sentiamo di appartenere e le eventuali conseguenze che questo atto può implicare nelle rispettive comunità di appartenenza
  • le nostre risorse psicologiche personali: quanto ci sentiamo consapevoli, autonom*, resilienti, ecc.

Tutti questi aspetti rendono il coming out un momento importante e delicato per le persone LGBT+, ognuna delle quali vive questa esperienza in modo del tutto personale.

Non viverlo da sol* e, se necessario, chiedere aiuto ad un* psicolog* può essere un altro modo per coglierne tutti gli aspetti positivi e rendere questo momento una risorsa, minimizzandone per quanto possibile gli eventuali rischi sociali e psicologici.

FONTI:
Lingiardi V., Nardelli N. Linee Guida per la Consulenza Psicologica e la Psicoterapia con Persone Gay, Lesbiche e Biessuali. Raffaello Cortina Editore, 2014.

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